Maldive: il mio ufficio vista oceano

All’età di 10 anni andai ad una Festa dell’Unità con i miei genitori. L’organizzatore, vedendomi scatenata sulle note di “Mueve la Colita”, mi piazzò sul palco così che tutti potessero seguire i miei passi. Finita la mia performance scesi soddisfatta, con un sorriso a 32 denti e circondata dagli applausi divertiti di tutti. 

Fu il mio primo approccio all’animazione, ignara del fatto che anni dopo mi sarei ritrovata nella stessa situazione per volontà mia.

Ottobre era ormai finito e io, disoccupata da qualche settimana, aspettavo con ansia di sapere se il rischio di mollare tutto ed inseguire il mio sogno si sarebbe rivelato giusto. Alcuni miei compagni di formazione erano già stati indirizzati verso le loro future mete; altri, invece, non avevano ancora ricevuto nessuna notizia, inconsapevoli che quella telefonata non sarebbe mai arrivata. Ed io ero lì, in attesa, immaginando il momento in cui la mia vita sarebbe cambiata. 

La chiamata per me arrivò uno dei primi giorni di novembre:  

“Ciao Jenny, abbiamo deciso di mandarti in un posto bruttissimo: le Maldive!” 

Il mio coach esordì con questa battuta e in quel preciso istante il mio cuore iniziò a battere all’impazzata e tutto quello che mi venne detto dopo era solo brusio di sottofondo ai milioni di pensieri ed emozioni contrastanti che si fecero strada dentro di me. Nella mia testa, avevo sempre immaginato le Maldive come un luogo irraggiungibile e ammetto che una delle prime domande che mi balenò in mente in quel momento fu: “dove si trovano di preciso le Maldive?”.

Per chi non lo sapesse, quest’insieme di isole coralline a sud-ovest dello Sri Lanka sono considerate il paradiso terrestre, ma in quel momento cogliere quell’opportunità mi spaventava molto. Eppure la vocina nella mia testa diceva “andrà tutto bene” e io le diedi ascolto.

Così, in una settimana, mi trovai su un aereo diretto verso un minuscolo atollo nel mezzo dell’Oceano Indiano, eccitata pensando alle avventure che avrei vissuto. 

Avevo finalmente abbandonato il mio porto sicuro, la mia comfort zone. Avevo lasciato indietro quell’insieme di abitudini che negli anni mi avevano fatta prigioniera nell’illusione di una vita sicura. Desiderosa di provare nuovamente emozioni che valeva la pena raccontare. 

Durante tutte le 11 ore di volo non riuscii a chiudere occhio: 

“Sarò all’altezza? Sono lontanissima da casa, se dovesse capitare qualcosa? Che lingua dovrò parlare? Come saranno i miei colleghi?”. 

Poi però pensai alla sensazione di libertà che provai nel momento in cui, mesi prima, scattò quel qualcosa dentro di me che mi fece togliere il controllo del pilota automatico e mi spinse a lasciare tutto per intraprendere questa nuova strada all’età di 25 anni. 

Decisi di zittire tutti quelli che dicevano che provare ad iniziare una carriera nell’animazione a quell’età poteva rivelarsi una scelta sbagliata perchè presa relativamente tardi. 

“In fondo” ho pensato “non siamo solo noi, ponendoci continuamente limiti, a decidere che è “troppo tardi” per iniziare qualcosa?”.

Così, piena di speranze, sogni e buoni propositi, scesi da quell’idrovolante; e subito capii che quello sarebbe stato il primo passo per cambiare tutto.

I 6 mesi che vennero dopo furono un susseguirsi di emozioni nuove e io mi feci trasportare dalla corrente senza pensare troppo al futuro. Entrare a far parte della mia prima equipe, cercare di dipingere su me stessa al meglio il ruolo assegnatomi (all’epoca iniziai come jolly polivalente), farmi conoscere ed apprezzare.

Questa mia prima esperienza come animatrice fu piena di tantissime soddisfazioni. La sensazione migliore era quella del risveglio, quando capivo che il mio lavoro era stare in mezzo alla gente fino a sera, dove avrei portato sul palco il frutto delle prove della notte precedente. E le giornate si scandivano così, tra attività divertenti, sport e natura.

C’erano delle piccole abitudini intangibili che si ripetevano ogni settimana e che diventarono ben presto preziose per me.  

Gli hamburger del giovedì sera, la partita di beach volley del mercoledì (sacra per i maldiviani!), lo yoga al tramonto o l’escursione all’isola deserta.

Una delle mie serate preferite era senza dubbio quella che ti permetteva di entrare nel cuore della cultura maldiviana. I ragazzi suonavano il “bodu beru”, un grande tamburo che dava ritmo a danze tipiche e coinvolgenti. Indossavano il tradizionale pareo nero o bordeaux, con due bande bianche ed invitavano tutti gli ospiti a vestirsi con loro. Creavano, utilizzando delle semplici foglie di palme, tantissimi oggetti dati poi in dono, ogni fine settimana, agli ospiti in partenza; e infine mostravano come ricavare il latte di cocco, bevanda per loro tanto importante, tagliando il frutto con un grande machete. Una serata suggestiva che suscitava estremo interesse sia negli ospiti che negli animatori stessi, nonostante si ripetesse ogni settimana.    

Ben presto l’isola divenne casa mia e non intendo come luogo fisico dove abitare, anche se in fondo ero in un bellissimo resort di lusso, ma Maayafushi era per me quell’insieme di sensazioni che ti fa sentire appagata. Guardare il tramonto con i suoi colori da perdere il fiato, affondare i piedi in quella sabbia morbidissima per arrivare fino a quello che io chiamavo il mio ufficio: una semplice capanna di legno con vista sul magnifico oceano d’acqua cristallina. È vero, forse dormivo poche ore a notte e molto spesso ci trovavamo a risolvere inconvenienti che neanche ci riguardavano, perché, come ogni avventura che si rispetti, non sono mancate le difficoltà, ma questo era considerato da me una fortuna

E quando dico fortuna, penso anche al dono di aver incontrato persone così pure.  

I maldiviani vivono con poco e sono felici. Durante la mia permanenza, ho avuto la possibilità di accompagnare più volte gli ospiti nelle isolette locali, vedendo con i miei occhi le differenze tra la vita autoctona e la vita nei resort. Nelle “isole dei pescatori”, così vengono chiamate, non ci sono orologi appesi al muro a scandire il tempo e le mamme non si preoccupano costantemente di controllare i loro figli, perché sanno che li potranno sempre trovare nel campetto da calcio fatto di terra marrone. E sono proprio i bambini a correre per primi quando vedono arrivare degli stranieri. Lo fanno per chiederti qualche moneta o semplicemente per guardarti curiosi, regalandoti sempre un sorriso, di quelli onesti. Dando un’occhiata intorno si vedono case diroccate, senza porta d’ingresso. Si scorgono solo materassi appoggiati a terra, qualche altro arredo fatto rigorosamente in legno, vegetazione selvaggia e uomini che si rilassano sulle loro amache. Non avranno l’iPhone 12 e tanto meno la borsa griffata, eppure sono incredibilmente liberi. E questo, ai miei occhi, è sempre stato più prezioso.

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